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Ancora su albi illustrati e censura: un articolo sulla rivista «gender / sexuality / italy»

2016_gsiIl 2016 si chiude con una mia nuova pubblicazione su un tema di  cui ho già avuto modo di discutere: la censura degli albi illustrati accusati di promuovere la presunta “teoria gender” dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro.

In questa occasione, però, ho modo di approfondire l’argomento proponendo un’analisi rigorosa dei libri inseriti nella “lista Brugnaro” e delle derive di questo tipo di iniziative, smascherandone (credo) la contradditorietà e l’incoerenza con gli scopi educativi dichiarati.

L’articolo, intitolato Nessuno tocchi Guizzino. Gli albi illustrati in Italia tra “teoria gender”, false interpretazioni e censura, è stato pubblicato sul numero 3 (2016) dalla rivista americana gender / sexuality / italy (GSI), ed è disponibile in pdf a questo link.

Buona lettura e, con l’occasione, un sincero augurio di un ottimo 2017 libero da pregiudizi!

 

Un segreto… straordinario!

schermata-2016-10-18-alle-18-47-22La Notte del racconto (che nel 2016 cade l’11 novembre) è un’iniziativa istituita nel 1991 dall’Istituto Svizzero Media e Ragazzi, per raccontare storie e leggere libri ad alta voce, in tutta la Svizzera, la stessa notte.

Da qualche anno, il DFA di Locarno (grazie in particolare a Marina Bernasconi) organizza l’evento Prima della notte del racconto, che si svolge con qualche settimana di anticipo rispetto all’iniziativa cui è collegato e che porta nelle aule dell’ex Magistrale la magia del racconto per i bambini (al pomeriggio) e per i grandi (la sera).

Il tema è lo stesso della Notte del racconto: “Segretissimo”. La data il 25 ottobre 2016. Nel pomeriggio, oltre ad alcune postazioni con racconti per bambini, ci sarà lo spettacolo degli imperdibili Giullari di Gulliver Il principe ranocchio. Cliccando qui troverete ulteriori informazioni.

Durante la sessione serale, i cui contenuti sono ancora piuttosto… segreti, anche Simone Fornara, insieme a Sara Giulivi (per l’occasione, Leopoldina), proporrà un breve ma… straordinario spettacolo, indossando i panni di Ettore. Al momento non è possibile rivelare altro.

Se siete curiosi, non mancate all’appuntamento!

Orari e titoli segreti cliccando qui.

 

Kung Fu Panda e i censori del terzo millennio

Illustrazione di Doriano Solinas per il «Corriere del Ticino»
Illustrazione di Doriano Solinas per il «Corriere del Ticino»

Dalla rubrica Narrativa per ragazzi del «Corriere del Ticino» (02.04.2016, p. 32):

Negli ultimi tempi non è raro imbattersi in notizie che associano le narrazioni per ragazzi al problema della censura: libri, film di animazione e persino iniziative che promuovono il piacere di leggere nelle nuove generazioni diventano oggetto di condanna. Il caso più recente è il film Kung Fu Panda 3: in Italia, una gita scolastica con destinazione cinema è stata bloccata da alcuni genitori che ritenevano pericolosa la visione del terzo episodio della saga del panda per i loro pargoli. Il motivo? Leggiamo che cosa ha scritto su Facebook il giornalista Mario Adinolfi, tra i promotori del Family Day e del movimento politico Il Popolo della Famiglia: “Volete capire come si fa il lavaggio del cervello gender ai bambini? Ad esempio con il protagonista di Kung Fu Panda che ha due papà”. Uno biologico e uno adottivo.

Dettaglio non di poco conto, Adinolfi ha però mancato di chiarire qual è la vera storia delle due figure paterne del panda Po: nel primo episodio della saga (2008), Po compariva come figlio adottivo di Mr Ping, un’oca maschio; nel secondo episodio (2011), veniva chiarito che Mr Ping aveva ritrovato Po in una cesta, in quanto i suoi genitori erano stati costretti ad abbandonarlo per salvarlo da morte certa; nel terzo episodio, Po ritrova il suo vero padre, che diventa amico di Mr Ping. Alla faccia del complotto gender! Seguendo la visione di Adinolfi dovremmo dunque ipotizzare che i produttori avessero in previsione di lavare il cervello dei bambini sin dal 2008, cioè quando ancora nessuno parlava di teoria gender come si fa oggi.

La vicenda riporta alla mente quella analoga aperta circa un anno fa dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che aveva proscritto una lista di 49 albi illustrati per l’infanzia rei di divulgare la teoria gender nelle scuole del territorio veneziano, scatenando il cieco ossequio di chi lo acclamò come un educatore illuminato senza conoscere i libri oggetto di censura. Tra i quali, ad esempio, spiccava un classico come Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, scritto nel 1959 e lontano anni luce da qualsivoglia contenuto gender vero o presunto.

Inoltre, queste posizioni estremistiche sembrano del tutto ignorare che le storie sono figlie dei tempi in cui vengono narrate. Forse non tutti sanno, ad esempio, che la versione di Cappuccetto Rosso che siamo abituati a raccontare ai bambini è solo una delle centinaia che si sono susseguite nel corso della storia (sulle quali si veda il libro di Yvonne Verdier L’ago e la spilla. Le versioni dimenticate di Cappuccetto Rosso, Bologna, Edizioni Dehoniane). E forse pochi ricordano che la sua prima versione letteraria, scritta nel 1697 da Charles Parrault, raccontava la storia di uno stupro senza lieto fine, giacché Cappuccetto Rosso finiva nuda nel letto del lupo, per non uscirne mai più (furono i Grimm, nel 1812, a introdurre il cacciatore). Scandalizzati? E che dire allora della morale in versi che chiudeva la storia, nella quale la ragazzina veniva additata come la sola responsabile delle sue sventure? Scandalizziamoci pure, ma ai tempi in cui fu scritta, la società non era certo quella di oggi: androcentrica, non si azzardava a concedere alla giovani fanciulle neppure il lusso di uscire dal focolare domestico.

Traduciamo lo scandalo ai giorni nostri: piaccia o no, la società odierna non è popolata solo da famiglie tradizionali; il concetto di famiglia si è aggiornato, e famiglie che un tempo venivano considerate alternative ora non sono più una rarità. Anzi, è proprio la famiglia tradizionale a mostrare crepe profonde e scricchiolii preoccupanti. Che la famiglia “allargata” entri nelle narrazioni (anche se, abbiamo visto, non è questo il caso del panda Po) è quindi del tutto naturale, perché le storie riflettono la vita. A meno che si voglia nascondere la realtà sotto il drappo dell’ipocrisia.

Che cosa significa dunque il riemergere della censura? Una sola cosa, purtroppo, e la storia lo insegna: quando si bruciano libri o pellicole cinematografiche la democrazia vacilla, è in crisi.

Ma c’è un altro aspetto di cui poco si parla e che è grave tanto quanto la censura, se non ancor di più: chi vorrebbe incenerire le narrazioni per ragazzi manifesta in modo lampante la scarsa fiducia nelle nuove generazioni. Pensare che un bambino elabori il proprio concetto di famiglia sulle vicende del panda Po significa non sapere nulla della psicologia infantile. Bisognerebbe spiegare ai censori del terzo millennio che dalle storie il bambino può semmai far suo il senso dell’amore, e che l’amore è indipendente dal genere di chi ne è portatore; e che le storie ci parlano non tanto per il loro intreccio, ma perché riproducono la struttura narrativa della vita; ci parlano perché ci allenano a vivere, attraverso lo schermo protettivo della finzione. Il problema vero non è ciò che il bambino vede nel cartone animato, ma ciò che vede e vive ogni giorno, dentro e fuori le mura di casa. E allora che ci si preoccupi delle famiglie reali, della loro disgregazione, dell’assenza o dell’inconsistenza di certe figure paterne e materne (indipendentemente dal loro genere biologico), dello smaterializzarsi dei rapporti umani nelle reti virtuali in cui siamo immersi.

Ma lasciamo che siano i bambini a giudicare le storie. E, soprattutto, lasciamo che le storie accompagnino le loro vite: togliendo loro le narrazioni finiremmo per privarli di una delle più formidabili palestre di formazione che l’ingegno umano ha prodotto nel corso dei millenni.

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L’esercito dei libri di carta e le librerie per ragazzi

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Gianna Vitali

Dalla rubrica Letteratura e infanzia del «Corriere del Ticino» (01.03.2016, p. 29):

Recenti statistiche hanno dimostrato che il 2015 è stato, per il libro, l’anno della svolta: dopo un periodo di crisi lungo almeno cinque anni, il mercato editoriale sembra essere uscito dal tunnel. E l’inversione di tendenza, che ha riportato il fatturato dei libri in positivo in tutti i paesi dell’Europa, al traino del Regno Unito, ha riguardato in particolare il libro di carta. Già, perché nel 2015 sono calate le vendite degli ebook e sono salite quelle dei libri tradizionali: il tanto temuto e paventato accantonamento del caro vecchio libro, da sfogliare, toccare, annusare, è una distopia ancora solo ipotetica (per fortuna!). Se si pensa che questo fenomeno è in linea con quanto accaduto negli Stati Uniti, si può essere certi che non si tratti di una bolla di sapone.

E il quadro è ancora più incoraggiante se si considerano i dati che riguardano l’editoria per ragazzi: anche nel periodo di crisi più nera, era il settore più resistente; e oggi, con questi neppure troppo timidi segnali di ripresa, il suo ruolo di locomotiva dell’intero mercato librario è ancora più forte. Sono proprio i giovani, infatti, a leggere di più e a comprare più libri. In un’epoca in cui è fin troppo facile accostare superficialmente il giovane all’uso (e abuso) delle nuove tecnologie, il dato può apparire sorprendente, se non addirittura paradossale. Ma il fatto è chiaro: i più giovani non si sono (ancora) inebetiti con la testa chinata sugli smartphone.

I motivi di questo ritorno dell’esercito dei libri di carta sono certamente molti, alcuni di natura economica e altri di natura culturale. Lasciando ad altre voci più competenti i primi, soffermiamoci su almeno uno dei secondi, in relazione al settore dell’editoria per ragazzi. E allora non possiamo fare a meno di ipotizzare che a questi dati abbiano giovato le numerosissime iniziative di promozione alla lettura che hanno visto e vedono impegnate, quotidianamente, schiere di volenterosi “missionari” della narrazione. Si tratta, generalmente, di persone che non amano alzare la voce (e che per questo risultano invisibili ai più) e che non hanno mai smesso di credere nel valore educativo e democratico delle storie, portandole all’attenzione di bambini ed educatori in ogni contesto possibile. Sono persone che si sono impegnate, per anni, nell’ombra, confidando nel potere evocativo ed emozionale delle pagine di carta. Persone che hanno speso anni della loro vita a seminare, a beneficio delle nuove generazioni.

Come Gianna Vitali, compagna di Roberto Denti e fondatrice, insieme a lui, nel lontano 1972, della prima libreria per ragazzi dell’Europa continentale, la Libreria dei Ragazzi di Milano. A proposito del suo ultimo viaggio, i suoi amici della Libreria dei Ragazzi hanno scritto queste parole: «Alcune persone hanno il dono di non andarsene mai per davvero. Gianna ci ha lasciato un incredibile tesoro di idee, di passione, di parole mai banali, di progetti continui. Che raccoglieremo e che porteremo avanti». Ecco, non bisognerebbe mai dimenticare l’esempio di persone come lei. Per fortuna, guardando al Canton Ticino, possiamo dormire sonni tranquilli: sul nostro territorio, infatti, le librerie dedicate espressamente ai ragazzi sono molte, e tutte agguerrite. E sono gestite da persone competenti e illuminate dalla stessa scintilla che accendeva i cuori dei fondatori della Libreria dei Ragazzi. Una scintilla di cui tutti noi – docenti, educatori, genitori, lettori – dobbiamo prenderci cura. Con impegno costante, e senza inutili clamori.

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Pagine da divorare o che ti divorano

Dalla rubrica Libri sui banchi del «Corriere del Ticino» (25.08.2015, p. 25):

014_copertinaNelle ultime puntate di “Libri sui banchi” abbiamo avuto modo di presentare alcuni albi illustrati realizzati da autori che hanno “giocato” con l’oggetto libro. Per completare il discorso, non resta che parlare di quel filone della letteratura illustrata per l’infanzia che mette al centro della narrazione il libro stesso. Si tratta di albi che paiono quanto mai azzeccati per promuovere il piacere di leggere nei bambini che non hanno la fortuna di avere un contatto quotidiano con i libri, o di rafforzare la convinzione che leggere è una gran bella cosa nei bambini che già ci sono abituati.

Ci sono, ad esempio, libri dispettosi che divorano le cose, come Ehi, questo libro ha appena mangiato il mio cane! di Richard Byrne (Gallucci, 2014), nel quale una bambina che sta tranquillamente portando a spasso il cane per le pagine lo vede sparire all’improvviso, inghiottito dal centro del libro; stessa sorte tocca a lei e a chi cerca di aiutarla, fino a quando un bigliettino invita il lettore a scuotere il libro, e tutto (o quasi) si risolve per il meglio. Ma ci sono anche bambini che divorano i libri, in senso letterale, come L’Incredibile bimbo mangia libri di Oliver Jeffers (Zoolibri, 2009), che solo dopo molte peripezie giunge a capire che i libri sono sì cibo, ma cibo per la mente, e che dunque non vanno ingeriti ma letti.

Oppure, ci sono libri che non devono essere aperti, come Non aprire questo libro! di Michaela Muntean e Pascal Lemaitre (il castoro, 2010), che già dal titolo è un irresistibile invito a fare proprio il contrario; e, una volta infranto il divieto, si scopre un porcellino scrittore che non ha idee per scrivere, e che è molto infastidito per essere stato disturbato dal maleducato lettore nel bel mezzo del suo sforzo creativo. All’opposto, ci sono libri che vanno assolutamente aperti, come Apri questo piccolo libro di Jesse Klausmeier e Suzy Lee (Corraini, 2013), una suggestiva idea “a scatole cinesi”, le cui pagine, di dimensioni sempre più ridotte, simulano la continua apertura di tanti piccoli libri, in fondo ai quali c’è una breve storia sui… libri.

Le pagine di un libro possono diventare struggenti metafore, come succede nel Bambino tra le pagine di Peter Carnavas (Valentina Edizioni, 2015), la cui vita si dipana con lo scorrere dei fogli, dalla nascita alla vecchiaia, fino al commovente finale; oppure possono diventare terreno di caccia di strane creaturine come L’acchiappalibri di Helen e Thomas Doherty (Nord-Sud Edizioni, 2013), che ruba i libri per una ragione ben precisa (“è che i libri mi fanno compagnia / Io sono solo, il più solo che ci sia…”).

E se il problema è staccare il nativo digitale dall’iPad, ecco che È un libro di Lane Smith (Rizzoli, 2010) fa al caso vostro: è la storia di una scimmia che legge un libro e di un asino che, pur alle prese con il suo portatile, alla fine non riesce a resistere alla tentazione di mettere il naso tra le pagine di carta dell’amico, e ne resta catturato. Per poi rassicurare la scimmia dicendo “Non preoccuparti, lo metto in carica appena l’ho finito!”, e meritandosi, per questo, quella che secondo “The New Yorker” è “la miglior battuta finale mai scritta nella storia della letteratura per ragazzi” (quale? be’, non voglio certo rovinarvi la sorpresa, ma vi assicuro che è epocale).

Infine, ci sono libri che parlano di biblioteche. Fra questi, uno dei più noti è senza dubbio Un leone in biblioteca, che scopriremo nell’ultima puntata della terza stagione di “Libri sui banchi”.

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Libri non solo da leggere

Dalla rubrica Libri sui banchi del «Corriere del Ticino» (03.08.2015, p. 21):

011_copertinaLibro tradizionale o libro elettronico? Se ne sente parlare spesso, oggi, e i pareri sono anche molto discordanti. C’è chi dice che il libro di carta non morirà mai, e chi gli ha già fatto il funerale; c’è chi sotto l’ombrellone ama sentire tra le dita la ruvidezza della cellulosa, e chi preferisce “scrollare” le pagine di pixel passando l’indice sul vetro antigraffio del proprio lettore. E ci sono bambini che imitano i grandi, nel bene e nel male, e finiscono per scegliere il supporto che vedono più spesso nelle mani dei genitori.

Ma, diciamo la verità, quante volte capita di essere al ristorante e vedere un bambino intento a leggere un libro di carta, mentre attende che i genitori finiscano le libagioni? Quasi mai. E quante volte invece ci capita di vedere un bambino che, con lo sguardo allucinato, fissa lo schermo digitale di un iPad (per guardare cartoni animati o videogiocare), mentre i genitori parlano o, nella peggiore delle ipotesi, digitano febbrili sui loro cellulari? Sempre più spesso, ormai.

Di fronte a questi dilemmi e a queste situazioni, non posso fare a meno di prendere posizione: sono uno di quelli che sotto l’ombrellone preferiscono avere a che fare con le pagine di carta, e che pensano che il libro tradizionale non morirà mai. Perché sono convinto che nasconda dentro di sé, nel suo impasto di cellulosa e inchiostro, un formidabile valore educativo. Da conservare a tutti i costi.

Ecco che allora bisognerebbe assumere atteggiamenti che invoglino i bambini a scoprire il libro e i tesori che racchiude come un prezioso scrigno (non solo) di parole. E questa scoperta, oltre alla magia delle storie che i libri raccontano, può passare anche attraverso l’avvicinamento all’oggetto libro, inteso proprio come insieme di pagine tenute vicine da una rilegatura e da una copertina che sprona a tuffarcisi dentro. Ben vengano dunque anche quei libri di stoffa e gomma pensati per i bambini più piccoli; ben vengano quelli che possiamo chiamare, con Bruno Munari, “prelibri”.

Già, Munari. Uno dei più grandi artisti del secolo scorso; uno che aveva capito l’importanza di educare i bambini all’arte e alla letteratura. Munari era solito sperimentare con i materiali, per rendere il libro un’esperienza tattile, prima ancora che di lettura, al fine ultimo di avvicinare i bambini più piccoli al fascino del libro come oggetto da toccare, manipolare e annusare. Da questa idea nacquero I prelibri (disponibili ancora oggi grazie al catalogo della Corraini di Mantova), oggetti che hanno solo la forma del libro, ma che sono costruiti facendo a meno della parola scritta e ricorrendo a materiali diversi per assemblare le pagine (cartoncini, carta velina, legno, stoffa ecc.). Oggetti adatti anche ai più piccoli, che non mancheranno di stupirsi e di meravigliarsi, toccando le pagine e “studiando” la fisicità del libro. Oggetti che, con le parole dello stesso Munari, “dovrebbero dare la sensazione che i libri siano effettivamente fatti in questo modo, e che contengano sorprese. La cultura deriva in effetti dalle sorprese, ossia cose prima sconosciute”.

E allo stesso scopo possono servire anche tutti gli albi illustrati che rendono il libro uno strumento per interagire “fisicamente” con il giovane lettore, chiedendogli di “scoprire”, come quelli di due autori che incontreremo nelle prossime due puntate di “Libri sui banchi”: Emanuela Bussolati ed Hervé Tullet. Perché la consuetudine alla lettura passa anche attraverso la magia di libri non solo da leggere.

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Libri diversamente belli

Dalla rubrica Libri sui banchi del «Corriere del Ticino» (27.07.2015, p. 23):

007_copertinaIl dizionario De Mauro spiega l’uso sostantivato della parola “diverso” in questo modo: “chi per caratteristiche o comportamenti differisce, o secondo stereotipi si crede che differisca, da ciò che si considera normale”. La definizione è chiara, ma il problema è tutt’altro che risolto: per applicare quest’etichetta a qualcuno, infatti, bisognerebbe determinare in modo univoco ciò che è “normale”. Un’impresa votata all’insuccesso, statene certi. Infatti, si può differire dalla presunta normalità in almeno un milione di modi: si è diversi dagli altri per aspetto fisico, per colore della pelle, per taglio dei capelli, per gusti, per abiti indossati, per passioni, per abilità, per manie e ossessioni, per talento e per carattere. Potremmo anche dire che è normale essere diversi, in fondo.

Ma la definizione del vocabolario, con il termine “stereotipi”, ci dà un indizio in più: stereotipo è ogni “modello ricorrente e convenzionale di comportamento, discorso, pensiero” e, ancora, ogni “opinione precostituita, non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e scarsamente suscettibile di modifica”. È proprio qui il nocciolo della questione: il concetto di diversità nasce insieme al costituirsi degli stereotipi, che non preesistono all’individuo; è la società in cui ci troviamo immersi che li determina e poi li trasmette. Così li imparano (loro malgrado) anche i bambini, e sradicarli è impresa ardua. Già, perché i bambini sono naturalmente sintonizzati sulla presunta diversità: non ne restano scandalizzati, quando non hanno ancora subito la standardizzazione degli stereotipi duri a morire. Noi adulti, invece, a seconda dei punti di vista da cui partiamo, possiamo scandalizzarci se vediamo due uomini passeggiare mano nella mano, una donna coperta da un burka, un maestro di scuola con piercing ovunque, o una famiglia di sole donne; oppure possiamo sentirci imbarazzati se dobbiamo in qualche modo interagire con una persona “diversamente abile”, come si usa dire. Èuna questione di educazione, direte voi. E di stereotipi, appunto.

Per fortuna, come spesso capita, i libri ci vengono in aiuto. Alcuni di essi sono valigette del pronto soccorso contro pregiudizi e stereotipi, per ricordarci di non aver paura di chi non è come noi. E con i bambini il loro compito di soccorritori è ancora più semplice, proprio perché è più facile scalzare gli stereotipi “freschi” che quelli stantii, o prevenirne l’insorgenza. Nelle prossime tre puntate di “Libri sui banchi”, tre coppie di studenti del DFA ci parleranno di libri che affrontano alcune facce della diversità: un’amicizia apparentemente “problematica” (Ernest e Celestine di Pennac), lo scoglio di un aspetto fisico non proprio “invitante” (Voglio un abbraccio di John A. Rowe), il rovesciamento dello stereotipo in base al quale le streghe dovrebbero sempre essere brutte e fare paura (Streghetta mia di Bianca Pitzorno). E gli albi illustrati offrono molte variazioni sul tema: ad esempio, fanno riflettere sul diverso concetto di famiglia che si sta imponendo ai nostri tempi (Piccolo uovo di Francesca Pardi e Altan, ed. Lo Stampatello), oppure parlano di pipistrelli che dormono dritti in piedi e non a testa in giù (Io non sono come gli altri di Janik Coat, Margherita Edizioni), oppure ci fanno capire che la cosa più importante è sempre ciò che ci rende unici (La cosa più importante di Antonella Abbatiello, ed. Fatatrac).

Libri che vale la pena di sfogliare, per sentirsi normalmente diversi e contenti di esserlo.

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Quando le storie arrivano dal Ticino

Dalla rubrica Libri sui banchi del «Corriere del Ticino» (18.07.2015, p. 26):

Copertina_webQuando si parla di narrativa per ragazzi, non si può fare a meno di notare che il Canton Ticino è un terreno fertile e movimentato: le iniziative volte a educare alla lettura sin dai primi anni di età sono moltissime, dal progetto “Nati per leggere”, uno dei cardini attorno ai quali ruota l’impegno di Bibliomedia, ai numerosi concorsi o ai festival che propongono incontri con i libri e con gli autori a un pubblico di diverse fasce di età, dai bambini agli adolescenti. L’anno scolastico appena concluso, ad esempio, ha visto una splendida edizione di “Storie Controvento”, impreziosita dalla presenza dello scrittore inglese Aidan Chambers, uno dei massimi esperti nel campo della promozione della lettura e delle strategie per far nascere in bambini e ragazzi il piacere di leggere.

Chambers, incontrando i futuri docenti del DFA della SUPSI, ha toccato un tasto molte volte dolente per gli insegnanti in formazione (e non solo): lo spaesamento di fronte alla scelta dei libri, che nasce spesso dalla mancanza di tempo per leggere. In effetti, chi si occupa di formazione sa bene che non è facile parlare di strategie per proporre i libri agli allievi a chi ne conosce pochi, troppo pochi. È un po’ come andare in cerca di funghi senza sapere quali caratteristiche hanno: non tutti sono commestibili, alcuni sono più buoni, altri possono fare anche molto male. Insomma, per raccoglierli e poi servirli ai commensali bisogna conoscerli bene. Toccarli con mano, annusarli, ispezionarli. Proprio come i libri.

Chambers proponeva allora di stilare una lista di tre libri alla settimana (un albo illustrato, un romanzo breve e un altro a scelta) da leggere in un anno, per un totale di 156 libri. Una base già piuttosto consistente per iniziare con maggior tranquillità la propria professione. Ma anche stilare la lista non è cosa semplice: bisogna scegliere funghi buoni e appetitosi. Ecco che allora, conciliando i due temi che abbiamo toccato (la fertilità del Ticino e la necessità di conoscere i funghi-libri), si può proporre un suggerimento: nella lista dovrebbero trovare spazio anche un po’ di autori attivi su questo territorio, giacché ve ne sono e sono per giunta anche molto bravi. Qualche idea può venire sfogliando l’elenco degli scrittori svizzeri di lingua italiana presente sul sito di Bibliomedia (www.bibliomedia.ch): tra chi si è cimentato con più o meno assiduità nelle storie per l’infanzia troviamo i nomi di Renato Giovannoli, Claudio Origoni, Matteo Terzaghi e Maria Rosaria Valentini; spicca poi Gionata Bernasconi, che nella narrativa per ragazzi si è specializzato, riuscendo a esportarla anche all’estero e divenendo un autore del prestigioso catalogo Einuadi (di un suo bel libro parleranno due studentesse del DFA nella prossima puntata di “Libri sui banchi”). Qualche idea molto valida viene anche dal catalogo delle Edizioni Svizzere per la Gioventù, sempre vive e ben presenti.

Ma non è tutto: in Ticino nascono pubblicazioni che magari non hanno ancora raggiunto una grande notorietà, ma che avrebbero tutte la carte in regola per farlo. è il caso del libro Una pulce di bambina di Anna Binaghi (Fontana Edizioni, 2014), illustrato dai colorati disegni di Simona Meisser. Una storia dolce e delicata, suddivisa in agili capitoli di due/tre pagine ciascuno, che tocca il tema della sofferenza infantile per la mancanza di un genitore con sensibilità e tatto, riuscendo a trasformare un dramma in un’occasione di crescita e di scoperta di una nuova, serena felicità.

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Se la fantasia diventa un tunnel

Dalla rubrica Libri sui banchi del «Corriere del Ticino» (06.07.2015, p. 20):

001_fotoLo scrittore americano Stephen King, in un suo saggio del 1981 sull’arte di scrivere libri dell’orrore (Danse macabre, ed. it. Theoria, 1992), ha parlato dello sguardo adulto spiegando che, con il passare degli anni, esso si restringe sempre più, provocando quella visione “a tunnel” che ci impedisce di guardare il mondo con lo sguardo aperto del bambino. Ecco le sue parole: “La mia idea della crescita è che il processo consista essenzialmente nello sviluppo di una visione ristretta delle cose, come se la mente entrasse in un tunnel, e in una graduale ossificazione della facoltà immaginativa”. Come dargli torto? Sappiamo bene che i bambini, invece, vedono il mondo con una mente molto più aperta, pronta a cogliere i legami inaspettati tra le cose, disposta in maniera del tutto naturale a compiere viaggi di fantasia, in cui anche un banalissimo oggetto (una sedia, una scatola, un sasso) può diventare qualcosa di magico.

E la citazione di King ci porta a riflettere sul ruolo e sulle qualità che dovrebbe avere lo scrittore di libri per bambini e per ragazzi: prima di tutto, dovrebbe appunto avere la capacità di tornare a osservare il mondo con gli occhi del bambino. Si tratta, per dirla con la studiosa Giorgia Grilli, di riportare l’altezza dello sguardo qualche centimetro più in basso, più o meno nel punto in cui gli occhi del bambino si spalancano sul mondo. È così che lo scrittore entra in sintonia con il suo giovane lettore, facendosi sentire vicino a lui e al suo modo di vedere le cose. Ad esempio, è così che le descrizioni di Roald Dahl, che a un adulto possono sembrare esageratamente forti e caricaturali, si rivelano tanto efficaci per gli occhi bambini: perché quei personaggi così minacciosi e terrorizzanti non sono altro che i “grandi” così come se li trovava davanti il giovane Dahl quando andava a scuola e veniva punito per i più futili motivi.

Ricordarsi la prospettiva “dal basso”, dunque, diventa il requisito primario per essere un valido scrittore di libri per l’infanzia. Oppure, come insegnava Gianni Rodari, bisogna conservare quell’orecchio acerbo che porta un signore maturo incontrato sul diretto Capranica-Viterbo a spiegare: “Di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio. / È un orecchio bambino, mi serve per capire / le cose che i grandi non stanno mai a sentire: / ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli, / le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli, / capisco anche i bambini quando dicono cose / che a un orecchio maturo sembrano misteriose…”.

Abbassare lo sguardo e conservare almeno un orecchio acerbo, anche quando si è “grandi”: la terza serie della rubrica Libri sui banchi si apre dunque con due “trucchi” che possono aiutarci a dimenticare o abbandonare, almeno per un po’, la visione “a tunnel”, perché anche da adulti possiamo riscoprire la meraviglia delle cose viste con gli occhi del bambino. E non si tratta di trucchi buoni “solo” per i libri e la lettura: anche da genitori e da docenti abbiamo bisogno, ogni tanto, di ricordarci com’era il mondo quando avevamo l’età dei nostri figli e dei nostri allievi, per entrare meglio in contatto con la loro sensibilità e le loro straordinarie capacità cognitive.

E a riscoprire la meraviglia delle cose ci aiuteranno, nelle prossime tre puntate, sei studenti del DFA della SUPSI, che ci parleranno di tre libri in cui gli autori hanno saputo abbassare lo sguardo e spalancare gli occhi per viaggiare senza freni con la fantasia:  La sedia blu di Claude Boujon, Favole al telefono di Gianni Rodari Viaggio di Aaron Becker.

Cliccando qui è possibile scaricare il pdf dell’articolo pubblicato sul  «Corriere del Ticino».

Nessuno tocchi Guizzino

guizzinoMercoledì 24 giugno 2015, una circolare del neo sindaco del Comune di Venezia, Luigi Brugnaro, ordina alle scuole «di voler raccogliere i libri “gender”, genitore 1 e genitore 2, consegnati durante l’anno scolastico e prepararli al fine del ritiro che avverrà al più presto da parte di un incaricato». Si tratta di tutti quei libri per bambini che toccano il tema della diversità, e in particolare della diversità di genere (ma per capire meglio che cosa si cela dietro questa fantomatica etichetta di “gender”, genitore 1 e genitore 2, si legga questo breve articolo di Chiara Lalli ). Così facendo, Brugnaro annulla il progetto avviato dalla giunta precedente Orsoni attraverso l’allora delegata ai Diritti civili e alla lotta per le discriminazioni, Camilla Seibezzi, che aveva portato all’inizio del 2014 all’acquisto di oltre mille libri destinati alle scuole materne e d’infanzia del territorio di Venezia (dieci titoli per i nidi, trentanove per le scuola dell’infanzia: si veda qui la descrizione del progetto Leggere senza stereotipi: «un progetto di SCOSSE per creare un archivio bibliografico che proponga visioni dei generi sessuali, e dei relativi ruoli, libere da stereotipi (nelle attività quotidiane, nelle relazioni, in famiglia e nella società)»), per una spesa di circa diecimila euro. La motivazione addotta da Brugnaro, secondo quanto riportano diversi quotidiani, è questa: «sono temi che non devono riguardare i bambini, materie da lasciare ai loro genitori, nella piena libertà di scelte degli adulti».

La decisione del sindaco crea immediatamente reazioni forti e contrastanti: dagli elettori della nuova giunta si solleva una salva di applausi, mentre da chi si occupa di educazione e formazione un po’ meno; anzi, si solleva una nube nera di preoccupazione. Sul primo fronte, i commenti che si leggono su alcuni forum di discussione assumono toni trionfalistici. Eccone qualche esempio (ovviamente tutti nascosti da impenetrabili nickname): «FINALMENTE UN SINDACO, IL SIGNOR LUIGI BRUGNARO, CHE A VENEZIA SI OCCUPA ATTIVAMENTE DELL’EDUCAZIONE DEI NOSTRI FIGLI»; «BRAVISSIMO. A CASA LORO LIBERI DI INSEGNARE QUELLO CHE VOGLIONO MA NELLE SCUOLE PER IL RISPETTO DEI BAMBINI DI TUTTI NON SI DEVE INSEGNARE QUELLO CHE UNA MINORANZA VUOLE FAR DIVENTARE MAGGIORANZA CHE NON ESISTE»; qualcuno ha persino un sussulto di roboante retorica: «Un raggio di luce nella fetida nebbia che circonda la nostra società, devastata dalle sporche ideologie di sinistra».

Dietro questi e altri commenti, bisogna indagare un po’, dunque facciamolo: tra chi per lo meno non si nasconde dietro nickname, una signora dalla punteggiatura incerta scrive «Complimenti al sindaco speriamo che lo seguano in tanti», considerazione che si espone al commento di un’altra utente del blog: «Ma li conoscete questi libri? C’è da morir dal ridere». Infatti. O dal piangere, a ben guardare. Già, perché una delle cose che più agghiaccia di tutta le vicenda è proprio l’ennesima prova dell’ottuso ossequio del popolo di Internet cha approva beceramente senza conoscere ciò di cui si sta parlando. O approva semplicemente per partito (politico) preso: tutto ciò che arriva dall’altra sponda (politica) è materia escrementizia, e dunque è giusto sputarci sopra. A prescindere.

Un’approvazione cieca e ottusa, totalmente a-critica, che mi fa tornare alla mente le recenti parole di Umberto Eco, secondo il quale la rete e i social network danno “il diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar, dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società”. Ammorbidendo un po’ i toni, potremmo dire di ignoranti, nel senso etimologico della parola (ignorante è ‘colui che ignora, che non sa’), dunque senza offese sulla presunta menomazione intellettiva delle legioni citate da Eco. Semplicemente, persone che non sanno. Non sanno di che libri si sta parlando. E la colpa è anche della stampa (online come di carta), che, già nel 2014, ai tempi dell’iniziativa promossa dalla giunta Orsoni (e di nuovo oggi), aveva sintetizzato il contenuto della lista con titoli come “Le fiabe gay entrano a scuola”. Sintesi scorretta da almeno due punti di vista: i libri inseriti nella lista (che potete consultare qui) non sono fiabe (ma albi illustrati “moderni”) e, tra i quarantanove titoli presenti, solo una minoranza (quattro o cinque) trattano effettivamente, in modo più o meno implicito, temi che toccano la sfera dell’omosessualità.

lista_libri_proibitiDirò di più: chi si intende di letteratura per l’infanzia, e nella fattispecie di albi illustrati, sa bene che catalogare tutti questi titoli come “fiabe gay” non soltanto è una forzatura, ma, a ben guardare, una colossale falsità (imbecillità, direbbe Eco): tra i quarantanove titoli della lista troviamo alcuni classici di questo genere narrativo, come Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni (scritto nel 1959!): provate a leggerlo ai bambini e vedrete se non parleranno di una storia che celebra il valore dell’amicizia (e non certo di famiglie “diverse” o di omosessualità); o come Dov’è la mia mamma di Julia Donaldson, la storia di una scimmietta che non trova più la sua mamma e la cerca in lungo e in largo per tutta la giungla, per poi ritrovarla dopo un passaggio tra le braccia del papà (racconto “gender”? ma non è, in fondo, la stessa storia raccontata da Edmondo De Amicis in Cuore, nell’episodio Dagli Appennini alle Ande? cioè da un libro tra i più usati nell’educazione scolastica di stampo tradizionale, e solo di recente uscito un po’ dalle nostre aule?); o come Guizzino, ancora di Leo Lionni, la storia di un pesciolino nero che, dopo essersi salvato dall’attacco di un grande pesce che si porta via tutti i suoi simili rossi, raggiunge un’altra comunità di pesciolini rossi e insegna loro a nuotare tutti insieme, disponendosi a forma di enorme pesce, per potersi salvare dagli attacchi dei tonni (anche qui chiedete ai bambini: vi diranno una morale del tipo “l’unione fa la forza”; ma probabilmente la storia dà fastidio a qualche adulto per il colore rosso dei pesci “comunisti”, giacché di cenni “gender” non se ne vede manco l’ombra).

E l’elenco di esempi potrebbe continuare (davvero, non scherzo: per ogni titolo si potrebbe fare un discorso simile), ma penso che anche questi pochi siano sufficienti a dimostrare che di lista di “favole gay” non si può proprio parlare. E dovrebbero anche dimostrare che la decisione di privare le scuole di questi libri è un atto da regime totalitario, da censura, da indice dei libri proibiti; dunque un reato contro la libertà di espressione e di pensiero, perpetrato da chi con ogni probabilità non ha mai aperto questi libri né sentito i bambini discutere in modo critico (nel senso di “costruttivo” e consapevole) dopo aver ascoltato o letto uno di questi albi. E i genitori la smettano di annuire meccanicamente senza sapere di che cosa si sta parlando!

Qualche considerazione conclusiva, a partire da una domanda: che cosa succede togliendo questi libri dalle scuole? Succede che i bambini perderanno un’occasione di vera educazione; perderanno la ghiotta opportunità di confrontarsi con temi e storie che innescano la riflessione, portando le loro giovani menti non verso l’omologazione culturale, ma verso la consapevolezza. In questo caso, anche verso la consapevolezza della diversità; ma, badate bene, della diversità in senso lato: non solo di gender, ma di abilità fisiche, di gusti e preferenze personali, di naturali inclinazioni verso una o l’altra passione, di comportamento, di colore della pelle e tanto altro ancora. Decisioni come queste sono tipiche di epoche in cui chi governa mira non tanto a costruire teste che pensano da sole, ma teste che annuiscono senza pensare, accettando il pensiero dominante e fuggendo da ogni “deviazione”. Decisioni come queste ignorano che i bambini nascono scevri dai pregiudizi derivanti dagli stereotipi e dai luoghi comuni; pregiudizi che vengono invece imposti dalla società, sin dai primi anni di vita. Un bambino che a casa sente frasi del tipo “i gay sono malati” (di solito, per la verità, espressa con parole forti come “finocchi” o “froci” o altre simili) è un bambino destinato a ripetere da grande le stesse cose (così come ripeterà analoghi pre-giudizi sugli immigrati, per citare un tema assai attuale). Prima, però, è un bambino destinato a ghettizzare un suo coetaneo che gli adulti vorrebbero etichettare come appartenente a quella fumosa categoria del “diverso”, ignorando che le classi degli asili e delle scuole non sono più quelle di qualche decennio fa: tra i nostri allievi, giusto per fare qualche esempio, ci sono figli di genitori divorziati, di genitori single, di genitori che li hanno adottati, figli di immigrati che non credono nello stesso Dio dei cattolici ecc. Imponendo l’uso di sole storie in linea con la “tradizione” (faccio fatica a capire quali sono: forse quelle che si usavano un secolo fa, quelle che insegnavano con toni moralistici che a comportarsi in modo “divergente” si finiva molto male?), non si fa altro che inoculare nel cuore dei giovani la convinzione ottusa che il nemico è chi non è come noi, costruendo dunque l’avversione per il “diverso” (e, forse, la categoria stessa della “diversità”); e di qui agli estremismi il passo è ahimè breve.

Certo, alcuni vogliono proprio che succeda così. Ma non la chiamino, per favore, “educazione”; e non dicano che la scuola deve lasciare fare alle famiglie: la più importante delle istituzioni (e, purtroppo, considerando che cosa succede in Italia, la più bistrattata fra tutte, anche dalla politica) non può venire meno al dovere di educare e di dare la possibilità ai bambini di elaborare un proprio pensiero. Nel migliore dei casi, demandare alle famiglie il compito di affrontare temi delicati potrebbe funzionare nei nuclei familiari dove la discussione critica è di casa, dove i libri non sono solo un arredo (o una mancanza); ma oggi le famiglie che rispondono a queste caratteristiche sono esse stesse un’eccezione, una “diversità” nel mucchio. Dunque ben vengano i libri portati dalla scuola, scelti con attenzione da esperti e proposti con discernimento da docenti che sanno fare il loro mestiere e che conoscono gli allievi che hanno di fronte.

Concludo questo lungo intervento con una proposta, peraltro già avanzata da qualcuno sui social network o in rete: dal momento che la lista dei libri messi all’indice è indubbiamente di grande valore, la si può prendere come una ricca lista della spesa. Ma non chiamatela lista di favole gay, per favore. Comprateli, questi libri, o almeno andate in libreria o in biblioteca a sfogliarli. Giusto per capire di che cosa si sta parlando, se non li conoscete. Oppure, se siete educatori, leggeteli pubblicamente. Contro il silenzio, contro l’ignoranza, contro le teste che annuiscono senza sapere. Perché di Guizzino non si può e non si deve avere paura.